lunedì 21 marzo 2016

Una nuova primavera

Una nuova primavera
Vennero i giorni dell'autunno:
l'arcano odore della terra
nel silenzio delle coltri
ammantate di colori.
Vennero i giorni del melograno 
a stupire le mani ricolme,
a incendiare del succo la bocca.
Tornò l'airone lungo il torrente
e il mare ingrigito 
riempì l'orizzonte pervaso di te.
E fu primavera.

brunacicala/R




Voce: Sergio Carlacchiani

martedì 15 marzo 2016

Genova e Piazza de Ferrari


Genova è la Lanterna. Genova è:

Vento e profumi
nei carruggi stretti
e un punto di cielo tra i panni
che sanno di mare.
Il salmastro corrode le tende
e gli infissi,
anche quelli inventati
contro dazi e balzelli.
E' sole a picco e vento che taglia
sui cento, mille scalini
dei tuoi dislivelli
di vita arroccata, 
le mani avvilite
da borse pesanti
di un vivere duro.
Eppure sei bella, superba
madre dei miei natali,
a te mi inchino dall'alto della spianata
affacciata sul porto
dove i  piccioni fan capolino,
tra le macchie dei parigini,
sui balconi discreti
aperti alle gatte e alla luna nuda,
che ti vince nostalgica puntando il coltello.
Gente di mare, gente d'onore
e di poche parole
confuse tra note di piano
e richiami di navi. (©brunacicala/R)

Genova ha molte immagini nel cuore di ogni genovese, per ogni memoria storica. Ma oltre la Lanterna, la prima cosa che rimbalza alla mente è la fontana di Piazza De Ferrari.



Che strano, non ha nemmeno un nome suo, è la Fontana di Piazza De Ferrari, semplicemente: mastodontica, anacronistica, con una storia recente nonostante sembri appartenuta da sempre alla città; non è nemmeno centenaria. Nata a seguito di una donazione alla città da parte di Giuseppe Piaggio, morto in una sciagura aerea nel 1930, ha occupato il posto dell’antico barchile cinquecentesco, nel 1936, al termine di una vasta ristrutturazione del fulcro della città per opera dell’architetto Carlo Barabino iniziata nell’ultimo decennio dell’ottocento. Poco importa se la “nostra” piazza e la “nostra” fontana sono nate sulle ceneri di demolizioni di quartieri antichi, meravigliose testimonianze di epoche romanticamente sorpassate, dove la genovesità ha avuto modo di esprimere il concetto di “comunità” che da sempre ci identifica.

Ponticello, la Piana di Sant’Andrea, Portoria, Piccapietra. Quante canzoni in dialetto ci lasciano “u magun”, quel senso di dolore opprimente che noi genovesi sappiamo così ben tenere nascosto ma che si riflette negli sguardi e nelle melodie.
La fontana di Piazza de Ferrari è stata amata da subito, la prima e unica vera fontana in una città d’acqua che fino allora aveva conosciuto solo barchili, dove le donne di fatica attingevano acqua da consegnare alle case dei benestanti. Personalmente la preferivo nella vecchia maniera, con il bacile in vista e senza giochi di luci colorate e artefatte, probabilmente sbaglio e non voglio adeguarmi ai ritmi di una città che vuole essere al passo con gli sfarzi della tecnologia ed è pur vero che esistono fontane in antiche dimore e ville italiane, che fin dai tempi di fasti e opulenze storiche, donavano giochi d’acqua colorata e a tempo di musica. Semplicemente, questo non ci rappresenta. Siamo austeri, capaci di distruggere vestigia ma preservando e spostando per la città quanto di accoratamente antico ci piace conservare, così come il Barchile di Ponticello (Barchì, dalla parola “turca” che significa fontana) del 1642 che, recuperato dalla demolizione del quartiere, dopo diverse sistemazioni oggi gorgoglia ancora la sua storia in Campetto.



Ci sarebbero da dire mille cose ancora ma non basterebbe un libro. Forse ne scriverò una prossima puntata in punta di nostalgica penna.

Bruna Cicala©



lunedì 14 marzo 2016

Impronta



https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Zu8JASfWb6A


Impronta
Rapisce la mente
nel profondo degli occhi,
soggioga ed avvince
nel fiato suadente,
rimescola piano,
nella danza che s'alza
incalzante e vibrante,
saliva ed umori.
Scava ed esplora,
lambisce la pelle
sferzando fendenti 
in punta di lingua.
Volteggia, disseta,
contorce passione
che piano si appaga
perdendo il presente
nell'impronta che marchia.

©bruna cicala/R

domenica 6 marzo 2016

Prefazione per Tracce di me - Cristina Prina







Prefazione



I libri, si sa, devono avere un titolo ma talora il titolo va spiegato; è necessario chiarirne le implicazioni o, all'occorrenza, negarle. Ci sono libri che nascono dal loro titolo come un frutto da un seme, altri ricevono il loro nome già compiuti e il titolo pretende di rivelarne la più profonda essenza. Ma i libri sono esseri viventi e la loro strada, a volte, se la fanno da soli e sanno per quali sentieri condurre il lettore. Tracce di me appartiene a quest’ultima categoria. 
Occorre dunque, innanzitutto, qualche parola di spiegazione, rettifica e giustificazione per il titolo. 

Nella sua prefazione al Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde scriveva, tra l’altro, così:
“La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto diun mezzo imperfetto. L'artista non desidera dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate”.
“Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico”.
“-Nessun artista è mai morboso. L'artista può esprimere qualsiasi cosa”.
“Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte”.
“Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte”.

Nei suoi sedici racconti,Cristina Prina ha dato vitaa una carrellata di figure, quasi tutte femminili che, paradossalmente, non assumono sempre il ruolo di protagonista che va invece ricercato nella situazione in cui si trovano costrette a muoversi. L’autrice affronta con lucido raziociniomalesseri difficilmente spiegabili, con un linguaggio fluido e coinvolgente, dove il disincanto e la scabrosità sono necessario viatico.

Ed ecco che il titolo del primo racconto della raccolta, L’istante, traccia perfettamente il percorso che il libro vuole proporre ai lettori. E’ “l’istante” che spariglia le carte. Un invito a meditare sullo straniamento provocato dalle disparate situazioni descritte da Cristina che rimandano alle basilari questioni dell’esistenza e che, da sempre, albergano nella mente dell’uomo, pur nella consapevolezza che nessuna di esse avrà mai
una risposta chiara e univoca. In ogni istante della vita cosciente, l’uomo si misura con gli eterni interrogativi che concernono il tempo e l’amore, l’identità e la conoscenza, la giustizia e il peccato, la morte: cercare di trovare il proprio senso è l’unica soluzione possibile.
Cristina Prina, nel proporre le sue storie di fantasia, che però appaiono reali, usa volutamenteun crudo cinismo che non significa mancanza di emozioni o indifferenza e disobbedienza alle regole morali imposte dalla società, semplicemente “invita” a non formulare giudizi e attribuire colpe, perché ogni uomo nasce con un suo lato oscuro e nessuno può stabilire se, come e quando possa emergere. 
Traspare nettamente una forma d’amore per ogni personaggio che si muove nei labirinti della propria anima. Ameremo la Carla de L’istantee le sue nevrosi, riconosceremo come nostri gli attacchi di panico e le sue corse contro il tempo: “Una vita di sconfitte, un momento di riscatto (…)Il tempo ormai poteva scorrere veloce.” 
Di una sconosciuta senza nome ameremo il rumore dei tacchi –Tactactac- e la sua voglia di esibizionismo fra paura e desiderio: “ Alzati – mi ordina. Mi alzo, felice. Sto tremando dentro, fuori forse non si nota. Che succederà, ora? (…) Mi sembra di camminare sulla neve, ed è bello.”
Troveremo plausibile la fredda scelta di Sara nell’accettare l’odio e la violenzaperché lei non è semplicemente un –Involucro-: (…) “aveva avuto un’idea. Un’idea fantastica – si stava ripetendo in quell’istante, sorridendo. A dispetto delle ossa dolenti e della faccia livida”. Così come i nervi saldi di Brigitta e le -Dignitose catene- di una mancanza d’amore che ritroviamo amplificate in -Vita da eliminare pian piano-.
Un posto di riguardo meritano -Spremuta di cuore-, il racconto più lungo della raccolta,dove l’autrice affronta, forse in maniera più delicata, il tema dell’omosessualità maschile senza peraltro rinunciare allamessa a nudo delle fragilità e del vizio, e -Livio e troppa gioventù-, il testo più complesso e probabilmente più meditato dove ritroviamo molteplici profili complessi tutti da analizzare.“Li aveva visti da tempo, lui abitava nella palazzina di fronte, ogni sera era la stessa cosa: urla, bestemmie, palpeggiamenti e provocazioni per poi finire su qualche sedile delle auto parcheggiate a consumare tutti i vizi possibili, senza ritegno, senza capire e forse, senza nemmeno goderne. 
Quella sera avevano esagerato e lui aveva troppo caldo per tenersi il cuscino premuto sulle orecchie come faceva solitamente. Aveva preso il fucile da caccia, era sceso in strada ed era stato persino gentile: aveva iniziato a spaccare vetrine per annunciarsi…”
Una menzione a parte va a Sba(di)gliando (perché Kafka è morto e io soffro ancora)-degno dei migliori incubi tra Kafka e Stephen King, dove svegliarsi scarafaggio o morire sbadigliando diventano realtà incredibilmente possibili e divertenti nella tragicità.“Rabbrividì, mentre una lacrima gli bagnò il labbro superiore. Sapeva che era di frustrazione e forse, perché no, anche di paura ma si raccontò di un vento del cazzo e fece sprofondare le mani nelle tasche del giaccone con furia selvaggia, quasi cercasse all’interno di esse la soluzione a quel guaio.”
In conclusione, molti altri sarebbero i fili possibili da seguire attraverso le storie di Cristina Prina. Ricordiamone uno soltanto, che è certamente quello delle condizioni di vita; ma al di là del fatto della condizionedi sposate, vergini, omosessuali, bisessuali o prostitute, le vite dei protagonisti sono state accomunate dall’essere state vite difficili e, in un certo modo, percorse da una brama ansiosa di una vita piena nella sua libera esplicazione.
Così come era iniziato, vogliamo terminare questo viaggio con Cristina e la sua ultima protagonista: -Mi chiamo Gianna-, ho quarantasei anni e faccio la puttana -. Così come la vita. Parafrasando Alfred Hitchcock, diremmo “Essa riporta il crimine in casa, dove esso risiede”.

Bruna Cicala

4 marzo 1943 - gesùbambino

L'altro giorno, navigando su Facebook, mi soffermo su una fotografia: Lucio Dalla, anno 1971, prima partecipazione al Festival di Sanremo, una canzone allora molto discussa, oggi e da sempre un capolavoro tradotto in innumerevoli lingue e patrimonio comune "4 Marzo 1943".
Un plauso a Stefano Autenzio e alla pagina che l'ha proposta insieme ad un concorso-lampo-online. Ed ecco che un locale particolarmente curato  https://www.facebook.com/rubiliocafe/?fref=ts , l'Apericena Temple Rubilio di Genova, Via Fieschi 29 r, nel cuore della città,  sprona ed invoglia la clientela a condividere ricordi legati a foto di eventi passati. La modernità assoluta di mezzi e stili di vita, alle prese con ricordi di un passato non troppo lontano da nessuno di noi.

Questo il regolamento del premio
Premio "Apericena Temple Rubilio" ( 2 persone )
...Oggi che giorno é?
La rivelazione su un palcoscenico poco lontano da qui...
"Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare... parlava un'altra lingua... però sapeva amare..."
E ancora oggi funziona... 
Grazie alla collaborazione di 
Anna Li Vigni 
e ai giudici di gioco
Nicola Leugio, Marco Poggio e Angela Leone...
Buon lavoro a chi giudicherà e a chi scriverà... 
Giovedì 10 Marzo sarà scelto il vincitore...


Oggi. giovedi 10 marzo 2016...ho ricevuto comunicazione di essere stata scelta per la degustazione dell'apericena in palio per due persone. Accetto, felice di poter incontrare la giuria e, ne sono certa, nuovi meravigliosi amici sulle strane vie e le piazze di Faccia-libro :-D


Siamo agli inizi degli anni settanta, il boom economico del dopoguerra è già tramontato pur nell'inconsapevolezza e, dopo le contestazioni del '68, gli anni di piombo e di golpe sventati all'ultimo momento, già si aprivano le porte alle brigate rosse. Eppure l'Italia tutta, considerava ancora la platea di Sanremo come lo specchio dei buoni sentimenti dell'amore e della spensieratezza. In quell'anno 1971 la Rai deteneva ancora l'egemonia sulle telecomunicazioni, anche se l'avvento della tv privata era le porte: il bigottismo era imperante e categorico nonostante la scossa data dalle coalizioni dei sindacati che, per la prima volta riuniti, avevano iniziato una rivoluzione nello statuto dei lavoratori. Difficile quindi accettare un cantante come Lucio Dalla, molto vicino alla sinistra, e una canzone dal titolo che apertamente sfidava il secondo comandamento -non nominare il nome di dio invano-. La canzone subì il cambio del titolo e l'obbligo di modifica del testo,
"m'aspettò come un dono d'amore /fino dal primo mese - al posto di -mi riconobbe subito / proprio all'ultimo mese
e ancora - "giocava a far la donna /col bimbo da fasciare" - al posto di "giocava alla Madonna /col bimbo da fasciare"
oppure: E ancora adesso che gioco a carte / e bevo vino / per la gente del porto /mi chiamo Gesù bambino" invece di "E ancora adesso mentre bestemmio / e bevo vino / per i ladri e le signore / sono Gesù bambino".
Nonostante la censura, Dalla si classificò terzo dopo un ripescaggio, facendo parlare tutto il paese.
Nessuno, allora, volle considerare il testo della poesia di Paola Pallottino, che Lucio Dalla trasformò con la sua musica in meravigliosa ballata classica, come un canto contro la guerra, contro l’abbandono, la lontananza.
Osservando e ricordando quegli anni, che erano della mia gioventù, mi colpisce ancora l'immagine tutta nuova di un cantante già unico, particolare, con la sua coppola e la barba, figura stridente ma magnificamente in risalto, rispetto all'abbigliamento ingessato e rigorosamente "sanremese" degli altri interpreti e del quartetto canoro di accompagnamento. Non dimentichiamoci che l'anno successivo, nel 1972, ci fu la prima contestazione ufficiale sul palco più amato e odiato della nostra storia. Dalla ne fu uno dei promotori. Ma questa è un'altra storia.
Bruna Cicala