martedì 4 luglio 2017

Introduzione all'antologia Vox Animae IV - edizioni I Rumori dell'anima di Paola Bosca



Umberto Eco diceva: “ [Cit…] Noi siamo la nostra memoria. Ciò rende la nostra vita affascinante perché con l'invecchiare, si recuperano memorie antiche. Io ricordo adesso delle cose della mia infanzia che prima non ricordavo: quindi con gli anni si accresce il patrimonio della nostra memoria, cioè più s’invecchia più si ha anima e, infatti, si ha più anima di un bambino di sei mesi. La memoria quindi è l'identità, ma allo stesso titolo la memoria collettiva è l'identità collettiva'insieme delle biblioteche è l'insieme della memoria dell'umanità”.
Nell’era della rivoluzione digitale dove, paradossalmente, c’è sempre più informazione, corriamo davvero il rischio di perdere la memoria. Basterebbe un blackout, la cancellazione della rete e la rivoluzione in atto diventerebbe sterile come vigna non potata, perché l’amnesia è il cuore di questa rivoluzione.
Prosegue Umberto Eco in una celebre intervista “ [Cit…] Ecco quindi che il problema della memoria collettiva si lega al problema della lettura del libro, della conservazione dell'identità attraverso i musei, la biblioteca di Alessandria…”.
Le biblioteche aggiungo io, libri, in cartaceo, di qualunque argomento trattino.
L’atto del leggere è quello che state compiendo in questo momento, raccogliendo i segni parola per parola: la “lettura” richiede il suo tempo così come lo suggerisce la parola stessa così piacevolmente lenta e scandita nell’essere pronunciata.
Scrivere per trasmettere e leggere per comprendere.
 Non è facile definire in poche parole una raccolta di poesie. E’ il piacere della parola che non è semplice significante ma significato che a sua volta genera, nell’incontro con le altre, altri significati: troviamo la natura, la letteratura, storia e attualità, ci sono suoni, colori, odori, sentimenti, persone, animali e fiori, e poi ci sono il mare e l’infinito cielo sopra un prato. Leggere una poesia, così come un racconto breve, è il dischiudersi di un intero universo che si mescola con quello personale moltiplicato per infiniti universi paralleli.
Leggere per comprendere e ricordare, sperando di tramandare e rievocare.
E il libro, il cartaceo, conserverà a lungo la memoria di quest’avventura che si rinnova ogni anno in Vox Animae: la vostra identità rumorosa e pulsante, condivisa, scambiata, raccontata, dolorosamente o gioiosamente vissuta.  Intensamente letta.

                                                                                                                                 Bruna Cicala



Maree


Mare amaro di maree,
terso suono cristallino
di parole sciolte al vento,
sussurrate contro un sole
che di sale sparge il fuoco.
Mare amaro di quel pianto
verso un porto che è sicuro
come aspro disincanto.
Mare infido di bonaccia
che ipocrito ti culla
sciacquettando contro i piedi
una danza sempre nuova.
Mare aperto sepolcrale
sprofondato negli abissi
di speranza rese vane.
Mare amaro nelle piaghe,
oggi svisceri il tuo conto.

©bruna cicala/R

venerdì 20 gennaio 2017

Labirinti

Vengono giorni in cui i pensieri si affastellano e la voglia di scrivere le emozioni blocca in qualche modo la mente e la mano e anche la tastiera, abituata a correre veloce e azzoppata di qualche lettera, freme inceppandosi. Non riesco a liberare questo stato di attesa dalla gabbia di rete in cui l'ho rinchiuso da qualche tempo: lascia intravedere pentagoni di luce rarefatta e ovattata. Da qualche parte, là fuori, esiste un mondo di emozioni variegate, solari, calde come un abbraccio, ma non sono alla mia portata, preferisco lasciarle fuori ancora un po'. So che è sbagliato e so che il tempo non torna, so che vorrei altro e per contrasto mi accontento di quello che ho, ignorando il resto. In fin dei conti il dolore può attendere oltre la soglia del possibile.Basta accettare e saper ignorare.



Labirinto
Dentro la notte dei mille sentieri
dipano matasse di filo reciso
tastando colori,
aspirando profumi.
Dentro.
Proiezioni di luna
oltre il prisma che abbaglia,
oltre l'ampolla che il fiato
avvolge ed appanna.
Senza sgomento,
assecondo e mi perdo.
©bruna cicala/R

lunedì 4 aprile 2016

Prefazione a "Sorrisi al cioccolato"- Antologia A.A:V.V.









Prefazione

                                                                                                             Domande e risposte

L'ostacolo più grande? La paura!
La cosa più facile? Sbagliarsi!
L'errore più grande? Rinunciare!
La radice di tutti i mali? L'egoismo!
La distrazione migliore? Il lavoro!
La sconfitta peggiore?Lo scoraggiamento!
I migliori insegnanti? I bambini, gli ammalati!
Il primo bisogno? Comunicare!
La fedeltà più grande? Essere utili agli altri!
Il difetto peggiore? Il malumore!
La persona più pericolosa? Quella che mente!
Il sentimento più brutto? Il rancore, l'indifferenza!
Il regalo più bello? La carità, l'ascolto!
La sensazione più bella? La pace interiore!
L'accoglienza migliore? Il sorriso!
La miglior medicina? L'ottimismo!

Madre Teresa di Calcutta



Le risposte di Madre Teresa di Calcutta ci vengono incontro tutte insieme: le parole, intuiamo, ci faranno attraversare paesaggi, dove predomineranno l’amore, la vicinanza, il sorriso. Mai il silenzio.


Ed ecco che le parole si sposano intensamente già con il titolo della raccolta di poesie e prose di Autori vari - Sorrisi al cioccolato- , frutto dell’evento promosso da Rumore e Luce, gruppo nato dal gemellaggio dell'Associazione Culturale Ed. I rumori dell'anima, e l'Associazione Culturale Ed. Il Faro, per promuovere eventi con finalità di solidarietà sociali e l'esclusivo intento, di destinare quanto raccolto in opere di beneficenza.

Sorrisi al cioccolato, come si legge nel comunicato della Redazione di Rumore e Luce è “un evento creato per donare una giornata di sorrisi ai bambini dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù con sede in Via Torre di Palidoro (Roma). Si occuperà della nostra donazione in uova e colombe Pasquali, l'Associazione Solidarietà Bikers. L'intenzione è allietare i cuori dei bambini sofferenti in una giornata che dovrebbe essere, per tutti, colma di allegria”.


Il sorriso rappresenta nella cultura comune l'espressione della felicità. Innato in noi da sempre, è una delle prime espressioni dell'uomo. Infatti, i bambini appena nati, dopo i primi attimi di pianto sorridono e, per i primi mesi di vita, sarà proprio il sorriso a caratterizzare i loro momenti gioiosi. Il sorriso più bello è quello dei bambini: il più innocente, il più spontaneo, il più solare; nei disegni dei bambini, le persone sono rappresentate con pochi semplici tratti e un'espressione sorridente. Fino a quando la vita, per qualcuno, non mette sul piatto paura, malattia, sfiducia e perdita d’innocenza. La carta dei diritti del bambino, scritta nel 1923 da Eglantyne Jebb, dama della Croce Rossa, dichiara tra l’altro che “Ogni bambino ha diritto a un aiuto e delle assistenze particolari, che ne garantiscano lo sviluppo fisico, intellettuale e sociale.”
Forti di queste indicazioni, cominciamo la lettura di opere che non vogliamo qui analizzare secondo le regole espressive, la valenza della metrica o la presenza/assenza di figure retoriche.  
Tutto il percorso ha un filo conduttore significativo e ben riconducibile, che segna la via comunque al positivo, anche se molte domande sembrano rimanere insolute nei meandri della memoria e degli irrisolti perché.

Una domanda accorata se la pone Fabrizio di Palma in Oltre “Cosa corri, cosa insegui / tradita ingiustamente dal destino. / Pensavi all’amore, / ma la sorte dettava / una sentenza di morte /Ti tolsero il gioco, il sorriso/.
(…) L’unica incomprensione, / il perché “.

Nei ricordi si cerca la sicurezza che permette al nostro bimbo interiore di affrontare incognite e paure, pur consapevoli che la poesia è un’ancora di salvezza. Lo afferma intensamente Paola Bosca in Ancora una favola: “Non c'è poesia che plachi la smania di quelle risa /non c'è cantico che mi riporti una voce /né padre a cavare dubbi dai miei occhi”.

E ancora il dubbio, che condividiamo, “Ed io mi struggo in questa notte, sola... /e un grande freddo mi raggiunge il cuore… /come a sottrarvi un po’ di quel dolore,/
un po’ di quell’angoscia e di tristezza /a cui, smarriti, sorpresi e desolati, / non sapete dare una risposta!” Minisci Cecilia in Il dolore degli ultimi... " Innocenti".

Sorretti dal sorriso e dalle parole di Madre Teresa, vogliamo però far vincere la speranza che alberga nel cuore di tutti, perché, come affermava Curzio Malaparte “Ogni volta che un uomo ride, aggiunge un paio di giorni alla sua vita”, e questo fa bene anche a noi stessi.
Lasciando parlare alcuni autori, liberiamo i loro - nostri auspici:

“Questa mattina mi sono alzato e non c’era il sole, / allora ne ho disegnato uno e l’ho riempito di colore”.  Horion Enky (Claudio Bizzi) - Oggi voglio essere felice.

“La nascita di un figlio / è una stella che si accende nella notte, / e / di luci / che sconfinano nel buio / di notti illuminate, ad occhi aperti”. Impalà Sebastiano -Teneri germogli.

“Pit stop / ragazzo mio, / la gara della vita ancora continua /Chilometri di battiti /.percorrere devi. / (…) Sfreccia a mille / senza paure /senza timori”.  Fago Nicola – Pit Stop.

“S’alza il vento, / il silenzio diventa mormorio, /s’aprono le nuvole al sole, / in un canto si muta il brusio”.  Cognata Gaetano - È tempo di vita.

Il mondo dei ricordi riconduce al tempo di una vita felice, un sogno impalpabile di echi sommersi nell’immaginario astratto di anime sognanti e generose, capaci di scorgere ancora la meraviglia nelle piccole cose, capaci di trasformarle in fiabe e novelle dove l’orco, alla fine, ne esce sconfitto. Fosse pure da un semplice sorriso.

Così ci solleva dalle fatiche quotidiane, con un po’ di simpatica ironia Scriverò la mia canzone di Claudia Buono: “Anche questa mattina ho svegliato il gallo. / Ho fatto colazione con caffè e prana, mi sono preparata e sono uscita da casa. / Scriverò la mia canzone...”

Ci intenerisce Daniela Moreschini con La piccola principessa, un racconto che sembra tratto da raccolte del cuore di un bel tempo andato ma sempre attuale, perche l’amore filiale e quello paterno sono imprescindibili dal tempo e le apprensioni legano ancora più strettamente vincoli eterni: “Sentì le gambe tremare, il terrore assalirlo di nuovo, l’istinto gli gridava di fuggire, ma una mano delicata strinse la sua e la dolce voce morbida e vellutata gli sussurrò: - Guarda com’è bella… ora è fuori pericolo… guardala! - E con timore si chinò a guardare nella culla da dove un visetto piccolo e tondo con una folta capigliatura nera, due occhi grandi più del viso stesso, ma che già avevano stabilito il loro colore verde come il mare il tempesta, sembrava attendere solo la sua prima carezza. Con delicatezza la sollevò, la poggiò sul cuore, la piccola manina già si stringeva a pugno sul suo dito e capì che ormai tutto di lui apparteneva a quella nuova vita”.

Ci fa invece riflettere, offrendo al contempo un’ottima lettura, la novella Tu non mi salverai di Carmen Cantatore, dove conosciamo una formica inerme e sprovveduta alle prese con un acquazzone e, un gufo che, saggio per eccellenza, le spiega quale sia la filosofia logica della vita: “Eh! Che putiferio per un po' di pioggia. Tu, sciocca formica senza cervello! Non lo sapevi che le tue sorelle, per una normale pioggia, non si fanno né in qua né in là? Le gallerie del formicaio sono ad altezze, angolazioni e pendenze diverse… / (…) Avresti dovuto ascoltare i saggi che ti hanno offerto aiuto, a quest'ora saresti in salvo”.

La lettura della raccolta è variegata e aperta a ogni interpretazione e preferenza. Lasciando al lettore la gioia della scoperta e delle domande, si pone, a chiusura, la parola di Don Salvatore Bellisario, un inno alla nascita e alla vita di ogni bambino, un sorriso complice di serenità:
Quando nascerò
“Lasciate che veda mia madre /nascendo posato al suo seno… / Veda mio padre al suo fianco / che guarda lontano per me. / Sognando, mi prenda la mano / mentre cammino con loro. / E come un leggero aquilone / tenendo ben teso quel filo / m’insegni a volare più in alto”.


                                                                                                                              Bruna Cicala


lunedì 21 marzo 2016

Una nuova primavera

Una nuova primavera
Vennero i giorni dell'autunno:
l'arcano odore della terra
nel silenzio delle coltri
ammantate di colori.
Vennero i giorni del melograno 
a stupire le mani ricolme,
a incendiare del succo la bocca.
Tornò l'airone lungo il torrente
e il mare ingrigito 
riempì l'orizzonte pervaso di te.
E fu primavera.

brunacicala/R




Voce: Sergio Carlacchiani

martedì 15 marzo 2016

Genova e Piazza de Ferrari


Genova è la Lanterna. Genova è:

Vento e profumi
nei carruggi stretti
e un punto di cielo tra i panni
che sanno di mare.
Il salmastro corrode le tende
e gli infissi,
anche quelli inventati
contro dazi e balzelli.
E' sole a picco e vento che taglia
sui cento, mille scalini
dei tuoi dislivelli
di vita arroccata, 
le mani avvilite
da borse pesanti
di un vivere duro.
Eppure sei bella, superba
madre dei miei natali,
a te mi inchino dall'alto della spianata
affacciata sul porto
dove i  piccioni fan capolino,
tra le macchie dei parigini,
sui balconi discreti
aperti alle gatte e alla luna nuda,
che ti vince nostalgica puntando il coltello.
Gente di mare, gente d'onore
e di poche parole
confuse tra note di piano
e richiami di navi. (©brunacicala/R)

Genova ha molte immagini nel cuore di ogni genovese, per ogni memoria storica. Ma oltre la Lanterna, la prima cosa che rimbalza alla mente è la fontana di Piazza De Ferrari.



Che strano, non ha nemmeno un nome suo, è la Fontana di Piazza De Ferrari, semplicemente: mastodontica, anacronistica, con una storia recente nonostante sembri appartenuta da sempre alla città; non è nemmeno centenaria. Nata a seguito di una donazione alla città da parte di Giuseppe Piaggio, morto in una sciagura aerea nel 1930, ha occupato il posto dell’antico barchile cinquecentesco, nel 1936, al termine di una vasta ristrutturazione del fulcro della città per opera dell’architetto Carlo Barabino iniziata nell’ultimo decennio dell’ottocento. Poco importa se la “nostra” piazza e la “nostra” fontana sono nate sulle ceneri di demolizioni di quartieri antichi, meravigliose testimonianze di epoche romanticamente sorpassate, dove la genovesità ha avuto modo di esprimere il concetto di “comunità” che da sempre ci identifica.

Ponticello, la Piana di Sant’Andrea, Portoria, Piccapietra. Quante canzoni in dialetto ci lasciano “u magun”, quel senso di dolore opprimente che noi genovesi sappiamo così ben tenere nascosto ma che si riflette negli sguardi e nelle melodie.
La fontana di Piazza de Ferrari è stata amata da subito, la prima e unica vera fontana in una città d’acqua che fino allora aveva conosciuto solo barchili, dove le donne di fatica attingevano acqua da consegnare alle case dei benestanti. Personalmente la preferivo nella vecchia maniera, con il bacile in vista e senza giochi di luci colorate e artefatte, probabilmente sbaglio e non voglio adeguarmi ai ritmi di una città che vuole essere al passo con gli sfarzi della tecnologia ed è pur vero che esistono fontane in antiche dimore e ville italiane, che fin dai tempi di fasti e opulenze storiche, donavano giochi d’acqua colorata e a tempo di musica. Semplicemente, questo non ci rappresenta. Siamo austeri, capaci di distruggere vestigia ma preservando e spostando per la città quanto di accoratamente antico ci piace conservare, così come il Barchile di Ponticello (Barchì, dalla parola “turca” che significa fontana) del 1642 che, recuperato dalla demolizione del quartiere, dopo diverse sistemazioni oggi gorgoglia ancora la sua storia in Campetto.



Ci sarebbero da dire mille cose ancora ma non basterebbe un libro. Forse ne scriverò una prossima puntata in punta di nostalgica penna.

Bruna Cicala©



lunedì 14 marzo 2016

Impronta



https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Zu8JASfWb6A


Impronta
Rapisce la mente
nel profondo degli occhi,
soggioga ed avvince
nel fiato suadente,
rimescola piano,
nella danza che s'alza
incalzante e vibrante,
saliva ed umori.
Scava ed esplora,
lambisce la pelle
sferzando fendenti 
in punta di lingua.
Volteggia, disseta,
contorce passione
che piano si appaga
perdendo il presente
nell'impronta che marchia.

©bruna cicala/R